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Blog ufficiale del Circolo Pd Presidenza Consiglio Ministri e Protezione Civile

1 giugno 2010
Tra tagli e sacrifici parentopoli prosegue

Caro Presidente, cari Senatori e Onorevoli,

come ben sapete nelle precedenti versioni del decreto Tremonti relativo alla manovra finanziaria erano state poste delle condizioni tendenti a far rientrare nell’ambito della legalità le attività connesse con la Protezione Civile ed in particolare quelle affidate al Dipartimento della Protezione Civile della PCM: si trattava di una vera ed incisiva lotta agli sprechi e alla corruzione perpetrati in questi anni dietro la copertura della Protezione Civile.

In particolare, tra gli atti della manovra, citiamo l’abolizione dei grandi eventi dalle attività di protezione civile, un maggior regime di controllo sui contratti stipulati durante le emergenze, la corrispondenza della durata dell’emergenza ai soli fini della realizzazione dei primi e indispensabili interventi escludendo le successive fasi di ricostruzione, l’emanazione delle ordinanze di concerto con il MEF, la perdita di efficacia delle ordinanze di protezione civile per le deroghe alle norme vigenti in materia di pubblico impiego.

Non solo tutto questo è stato letteralmente tolto dalla manovra, ma contrariamente a tutto ciò, con l’emanazione del DPCM del 13.05.2010, che detta le modalità di attuazione dell'art. 14 del 195/2009, convertito nella L. 226/2010, verrà invece attuato quanto anticipato dal Capo Dipartimento della Protezione Civile nell’intervista di Monteaguto del 12 maggio scorso. Il Dipartimento stabilizzerà di fatto le assunzioni clientelari fatte in deroga alla normativa vigente in tema di pubblico impiego in questi ultimi anni.

In particolare, vengono stabilizzati 146 funzionari e 13 dirigenti: la così detta “parentopoli” descritta dal quotidiano “La Repubblica”. Per quanto riguarda i funzionari, la maggior parte di essi sono, come appreso dalla stampa, figli di dipendenti, incluso il Direttore generale del personale della Presidenza, ma anche figli di magistrati contabili, costituzionali, nipoti di cardinali, figli di generali e di segretari di organizzazioni sindacali. Un esercito all’interno del quale non ci sorprenderebbe la presenza di raccomandati della cricca.

Per gli aspiranti dirigenti, c’è da osservare che nella Relazione tecnica allegata al testo del disegno di legge presentata dal governo, erano previsti fondi solo per cinque dirigenti ma al momento della conversione del decreto-legge, fu mutato il dettato della norma, ampliando così a 13 il numero dei beneficiati pur mantenendo inalterati i fondi. Alcuni di loro hanno ottenuto il contratto dirigenziale ancor prima che divenissero funzionari dello Stato grazie alle ordinanze ( ...finanza creativa?). Altri maturerebbero i requisiti per partecipare ad un concorso per dirigenti pubblici solo dal 1° luglio 2010, alla scadenza del loro quinquennio di funzionari di ruolo, come previsto dal dlgs 165/2001, mentre le domande per la selezione si concludono il 15 giugno. Tra gli altri 8 beneficiati c'è da segnalare la moglie di un sottosegretario di Stato ed un altro funzionario che ha ottenuto l'incarico dirigenziale dopo solo un mese dalla laurea.

Due aspetti sono assolutamente inaccettabili per noi:

1) L’acquisizione di detto personale costerà 8.000.000 di euro, il 50% dei quali sottratti ai terremotati di Abruzzo;

2) detto personale rappresenta un numero consistente di dipendenti pubblici fidelizzati esclusivamente all’attuale vertice DPC ( ... una sorta di versione moderna dei partigiani bianchi?); aspetto che va considerato unitamente alle dinamiche, ormai in atto da tempo, di allontanamento sistematico dei dipendenti di “ruolo”, ovvero di quelli che hanno fatto i concorsi pubblici, dai cicli produttivi del DPC.

Molti dei nostri iscritti e molti dei nostri simpatizzanti nonché elettori del PD ritengono gli aspetti su esposti assolutamente ignominiosi e pongono pesanti interrogativi sulla tenuta democratica di questa delicata istituzione che già più volte, nella storia recente del paese, ha manifestato la tendenza a derogare pesantemente dai suoi compiti istituzionali verso i lidi della limitazione della libertà democratica.

Noi tutti chiediamo che venga congelata la situazione strutturale del DPC allo stato attuale, annullando tutti i provvedimenti in itinere anche perché, in un momento in cui sono stati chiesti grossi sacrifici che vedranno ridurre pesantemente i finanziamenti a servizi essenziali quali la scuola, la sanità, non è accettabile che perdurino le condizioni che hanno portato in questi anni agli sprechi ed alla corruzione e che hanno fatto derogare pesantemente la protezione civile dalla sua vera mission.

Restiamo in attesa di Vostri riscontri e siamo a Vostra completa disposizione.

Circolo PD – PCM e Protezione Civile



24 novembre 2009
Acqua libera

Ci stanno vendendo l'acqua, la prossima mossa sarà vendere l'aria che respiriamo, che già non è un gran che, ma  "depurata" ce la venderanno a carissimo prezzo!

Cosa aspettano gli italiani prima di ribellarsi?

Tutte le guerre scoppiate nel mondo dopo il 1945 sono state combattute o per le fonti d'acqua o per il petrolio.

L'Italia è uno dei pochi Paesi al mondo che ha abbondanza di acqua ancora di qualità. Dovremmo difendere questo bene primario pubblico per noi e per i nostri figli.


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27 aprile 2009
Aspettando Cassandra
 Autore: De Marco, Roberto
Era già tutto previsto: fin dal 2001. Ma gli studi del Servizio Sismico sono rimasti inascoltati. E non riguardavano solo L’Aquila
Scritto per eddyburg
, 24 aprile 2009 (m.p.g) - Data di pubblicazione: 25.04.2009 (su www.eddyburg.it)

Il dibattito che ha segnato questo dopo terremoto, o meglio le polemiche, tutto sommato modeste, che anche questa catastrofe ha messo in campo, oltre che sulla ingiustificabile fragilità del cemento armato e della prevenzione che non c’è, ha puntato il dito, complice un gas un po’ misterioso, il radon, sulla previsione dei terremoti.
Credo che non sia necessario, dopo tutto quello che è stato detto e scritto, tornare sul funzionamento di quel gas come precursore e sugli evidenti limiti emersi circa le possibilità offerte ad un intervento di protezione civile. E’ infatti del tutto vero che in giro per il mondo il terremoto resta, e resterà probabilmente a lungo, un evento non prevedibile, che non offre la possibilità di rispondere alle tre fatidiche questioni poste da chi deve gestire un’emergenza: dove, cosa e quando sta per capitare, ovviamente in termini operativamente utilizzabili. Nel dibattito un po’ confuso su giornali e teleschermi, è sembrato tuttavia emergere che ciò che la scienza dovrebbe mettere a disposizione per "fare qualcosa di protezione civile" sia, piuttosto che una previsione, una predizione; cosa che riusciva bene solo a Cassandra, salvo poi non esser mai creduta.

Nessun evento naturale, ovviamente, può essere predetto. Nemmeno la meteorologia, con la quale abbiamo oggi tutti una utile confidenza, predice la pioggia ma semplicemente la prevede, attribuendo implicitamente a quel fenomeno una probabilità di accadimento, magari alta, ma pur sempre una probabilità. E siccome statistica e monitoraggio funzionano in quel contesto bene, spesso quanto previsto si avvera. Spesso, ma non proprio sempre, poiché resta una valutazione probabilistica. Quando poi non succede, poiché molto spesso si tratta di portarsi o non portarsi l’ombrello, fare o non fare una gita, le conseguenze sono relative. Certo, sempre in meteorologia, vi sono anche previsioni diverse, quelle per l’appunto che determinano comportamenti di protezione civile, per esempio all’avvicinarsi di piogge intense e concentrate, di allerta o allarme.

Specialmente in questi ultimi anni, il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato frequentemente informative di tale tipo che hanno la funzione di testimoniare il fatto che ciascuno, sul territorio, è stato avvertito e quindi messo in condizione di fare quel che rientra nelle rispettive competenze (preparazione delle strutture di protezione civile, controllo, cautele, evacuazioni, etc.), sotto la loro diretta e unica responsabilità. Poi, se le cose dovessero non andare come da previsione, meglio così.
Per i terremoti le cose sono un po’ più complicate, il radon non sta alla scossa demolitrice come le nuvole nere all’orizzonte gonfie di pioggia, all’alluvione. Ed allora, considerata anche la posta in gioco, per gli imprevedibili terremoti è necessario stressare quello di cui si dispone.

E’ stato detto e ripetuto che oggi la ricerca di settore ha restituito una conoscenza dettagliata della sismicità di questo paese, fino a fornire dei valori delle accelerazioni del suolo durante il terremoto, secondo una griglia che copre tutto il territorio nazionale. E’ verissimo. Ma è anche vero che tale conoscenza ha consentito di stimare il rischio sul territorio nazionale, associando i valori di accelerazione del suolo alla vulnerabilità del patrimonio edilizio (cfr. Rischio Sismico – Agenzia di Protezione Civile - Servizio Sismico Nazionale, 2001). Sotto il profilo strategico, la conoscenza della distribuzione del rischio sismico consente un indirizzo mirato delle risorse –ove ci fossero- in prevenzione, posto che la loro entità per la riqualificazione delle vecchie costruzioni, vero zoccolo duro del problema sismico in Italia, è di dimensioni tali da rendere interventi a copertura totale assolutamente velleitari.

Ma in realtà la capacità di generare analisi di rischio nel paese ha consentito di effettuare altri passi che, alla luce di quanto successo al capoluogo abruzzese, assumono un particolare significato. Ha consentito di elaborare le analisi di scenario che riescono a disegnare con dettaglio -e come si vedrà con buona approssimazione- l’impatto di un determinato terremoto su un altrettanto determinato contesto territoriale, il cui utilizzo riveste una notevolissima importanza per diversi aspetti dell’intervento di protezione civile.

Il terremoto dell’Irpinia dell’80 ha rappresentato una delle peggiori performances di Protezione Civile in emergenza, oltre che per l’intensità dell’evento –nemmeno confrontabile con quello dell’Aquila- anche perché non si seppe per tre giorni cosa fosse accaduto e se le vittime fossero 100, 1000 o 10mila. Un’ora dopo il terremoto del 6 aprile, il Dipartimento di Protezione Civile annunciava anche il numero degli edifici che si riteneva fossero stati colpiti dalla scossa appena avvenuta: dai 10 ai 18mila. Vi è da presumere che presso il Dipartimento della Protezione Civile sia ancora in funzione il SIGE (Sistema Informativo Gestione Emergenza – Servizio Sismico Nazionale, 1997) che, conosciuto epicentro e magnitudo dell’evento dalla rete nazionale di rilevamento, elabora in tempo semireale i dati di vulnerabilità del patrimonio edilizio dell’area interessata dal terremoto.

Si può presumere che il Sistema abbia fornito, anche in questa occasione, un quadro di buona approssimazione di quanto accaduto, attraverso l’intero set di dati che è in grado di produrre: oltre agli edifici interessati dall’evento, quelli inagibili e quelli collassati, le persone coinvolte nei crolli (vittime e feriti) ed una prima stima dei danni. Le relative incertezze della risposta del Sistema possono essere imputate alla parzialità dell’informazione sismologica immediatamente disponibile (le elaborazioni partono dopo pochi minuti, con la prima intensità e localizzazione dell’evento,) ed anche al fatto che nella prima versione non erano state introdotte la così dette stime dicasualties, ovvero l’incidenza, calcolata su una consolidata base statistica, dell’ora dell’evento e del giorno della settimana, del mese dell’anno (che sono determinanti nell’affollamento degli edifici) ed ulteriori valutazioni di vulnerabilità.

Gli scenari, tuttavia, non servono solo dopo, quando il terremoto è già avvenuto -per scongiurare la mancanza di un quadro immediato delle dimensioni del disastro, come accaduto in Irpinia- ma hanno un’importante funzione nella fase preventiva e, soprattutto, nella pianificazione dell’emergenza. E’ del tutto evidente che la sintesi tra il molto che si conosce circa le condizioni geologiche e strutturali di un’area, la sismicità storica del luogo, la vulnerabilità del patrimonio edilizio e infrastruturale, nonché la fragilità del contesto territoriale, consente di avere in buona approssimazione una valutazione dell’impatto di un determinato evento. Anzi, di quegli eventi di diversa intensità che la sismicità storica ci dice essersi già prodotti nell’era in esame, a partire da quelli più forti ma, fortunatamente, più rari. Quella degli scenari è una realtà ormai consolidata a livello scientifico e molto spesso trova una verifica nella drammatica realtà dei fatti.

Nel febbraio del 2001, il Servizio Sismico Nazionale, collocato, dopo la chiusura dell’Agenzia nazionale di Protezione Civile, nel ricostituito Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, predispose e trasmise un documento intitolato Rischio sismico in Italia che, partendo da una valutazione delle dimensioni del problema sismico nel paese, segnalava anche alcuni punti irrinunciabili di un percorso per la riduzione di tali condizioni di rischio. Un capitolo riguardava le analisi di scenario, nel quale, per L’Aquila veniva segnalata la situazione con la quale la città si sarebbe dovuta confrontare in caso di tre eventi di diversa intensità (max.storico / grave / moderatamente grave):

intensità epic./abit.crollate/abit.inagibili/sup.dan.giata Mmq

X / 7000-24000 / 13000-2400 / 1.5 -2.3

VIII /100-650 / 1500-4500 / 0.15-0.4

VII / 10-120/ 400-1800 / 0.041-0.17

persone coinv.crolli/ vittime /feriti / senza tetto

16000-58000 / 4000-14500 /8000-29000/ 36000-21000

170-1200 / 40-300/ 80-600 / 2900-10000

20-200 /5-50 / 10-100 / 750-3600

L’evento del 6 aprile ha avuto un’intensità a L’Aquila del IX grado della scala Mercalli, andandosi quindi a collocare tra i primi due scenari allora proposti per il capoluogo abruzzese, e conferma l’efficacia di uno strumento di "previsione d’impatto" quale è in definitiva un’analisi di scenario, per altro realizzata ormai otto anni orsono e che si sarebbe dovuto affinare, come affermato nella dettagliata relazione di accompagnamento.

Certo, le analisi di rischio e le analisi di scenario non sono che un contributo alla soluzione dei fatidici quesiti dove, cosa e quando. Il problema, posto in questi termini, ci porta infatti a ritenere che si possa stimare cosa può accadere dove particolari condizioni di rischio (frequenza/intensità dei terremoti e vulnerabilità del contesto) inducono a concentrare l’attenzione, scontando tuttavia il fatto che nessuna indicazione si ha circa la terza incognita: quando.

La domanda allora non può essere che una: si può fare qualcosa anche se i terremoti non si possono "predire", nel momento in cui si hanno, tuttavia, livelli di conoscenza comunque dettagliati? E’una questione molto difficile da affrontare, su cui è mancata in questi giorni un’approfondita riflessione sia sul piano tecnico-scientifico che su quello politico-istituzionale. Riflessione che dovrebbe maturare, prendendo spunto, proprio sul terreno concreto di quanto successo in Abruzzo, attraverso un’inquietante inversione dell’ordine dei fattori: si può rimanere inerti ma con nelle mani determinati livelli di conoscenza, mentre per alcuni mesi uno sciame sismico genera inquietudine tra la popolazione di una città? Messa così la questione, la risposta non è obiettivamente semplice da formulare, e comunque, dovendo inevitabilmente tener conto di quanto poi avvenuto, difficilmente si può trovare una conciliazione tra le ragioni della scienza e i sentimenti della gente.

La questione è invece importante in prospettiva, come contributo alla riflessione invocata. Si potrebbe infatti richiamare l’attenzione sulla differenza macroscopica esistente tra la gestione di un’emergenza e la sua pianificazione. Ecco, in questo paese la prima ha sempre sistematicamente prevalso sulla seconda e, su questo aspetto, deve esser fatto un passo avanti, direi sul piano della cultura di protezione civile. La pianificazione dell’emergenza, specialmente in quelle aree dove gli scenari disegnano le situazioni più preoccupanti, non può essere solo quella della individuazione delle aree per le tendopoli, della predisposizione dei servizi, della organizzazione ed ottimizzazione del volontariato, ed altre cose di questo tipo a cui oggi meritatamente si plaude, importantissime, vitali nell’immediatezza del post terremoto, affidate dall’attuale normativa alla responsabilità degli amministratori locali.

Opportunamente, in quanto procedura complessa da realizzare con omogeneità sulle aree più esposte, il problema dovrebbe essere affrontato dal livello nazionale della pianificazione dell’emergenza, previsto dalla vigente normativa, come si era iniziato a fare nel 1997, in un contesto emblematico rispetto al rischio sismico, quale la Sicilia orientale e l’area dello Stretto di Messina nell’ambito di una collaborazione instauratasi tra l’Agenzia di Protezione Civile e la Regione Siciliana (quest’ultima anche attraverso un finanziamento di 1.5 miliardi di lire).

Il coordinamento venne affidato al Servizio Sismico Nazionale, ma il progetto si arrestò a causa delle modificazioni istituzionali intervenute nel 2001, sebbene avesse fatto già parecchia strada. Quell’esperienza incompiuta individuava nelle analisi di rischio e in quelle di scenario, nonché nell’affinamento delle valutazioni di vulnerabilità, gli elementi centrali di riferimento attorno ai quali costruire il primo Piano nazionale d’emergenza ed aveva, come obiettivo prioritario, la individuazione delle criticità della risposta del sistema territoriale ai terremoti di riferimento. Criticità collegate alla eventuale insufficienza dei livelli organizzativi deputati al superamento dell’emergenza, sostanzialmente in termini di uomini e mezzi.

Ma anche e soprattutto criticità legate alla vulnerabilità del territorio nel suo complesso, alla perdita delle funzioni strategiche ai fini della protezione civile (prefettura, ospedali, etc., come è avvenuto a L’Aquila), alla fragilità dei sistemi infrastrutturali (quanto ritardo avrebbero avuto i soccorsi ai terremotati abruzzesi se una maggiore sollecitazione sismica sugli gli impalcati autostradali li avesse resi inagibili?), dell’edilizia di uso pubblico, ed altro ancora. Criticità, queste ultime, che non possono evidentemente trovare una soluzione all’interno del Piano, ma richiedono il coinvolgimento di altri livelli di governo ed intervento sul territorio, il concorso interistituzionale da attivare nella logica stringente della salvaguardia dell’incolumità della popolazione.

La questione, così posta, crea un nesso forte di interdipendenza tra le problematiche dell’azione in prevenzione (riduzione delle molte criticità presenti sul territorio) e la pianificazione dell’emergenza (essenziale momento di verifica in grado di far emergere quelle, in genere numerose, criticità). Pianificazione che deve essere intesa come strumento dinamico, in grado di innescare un processo virtuoso nel momento in cui richiede, con la forza dell’esigenza di sicurezza, che le criticità evidenziate siano risolte in modo da essere eliminate dal Piano, determinando passo dopo passo un percorso virtuoso verso la ottimizzazione dell’intervento in emergenza, realizzata anche e soprattutto attraverso la riduzione delle vulnerabilità e delle fragilità del territorio.

Nell’affermazione di questa sintesi tra due aspetti fondamentali dell’azione di protezione civile, prevenzione e pianificazione dell’emergenza, possono essere trovate, almeno in parte, le risposte alle domande inquietanti anche di questo dopo terremoto.



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25 aprile 2009
Odio gli indifferenti
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.

E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo.

E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917 Antonio Gramsci

24 aprile 2009
Le tappe della Protezione Civile fino al sistema scomposto

La Protezione Civile (PC) è un sistema che presuppone il governo della circolarità ricorsiva (previsione, prevenzione, normalità, preparazione al soccorso, calamità, soccorso integrato, superamento, ricostruzione, ripristino della normalità, previsione) come metodo di lavoro ordinario, organizzato secondo il criterio direttivo denominato “Augustus”, secondo il quale si fa, si realizza e si compie il ciclo di lavoro della PC.

La PC non è quindi un insieme di strumenti, mezzi, persone e organi da utilizzare in caso di intervento, ma una attività di governo (di fatto funzione anche se la legge istitutiva lo cela), intesa come momento di coordinamento di responsabilità istituzionali ordinarie, che per essere realizzata, necessita di una struttura coralmente aperta alla comunità. essa quindi non deve essere confusa con la sola gestione dell’emergenza.

L'attività di coordinamento è ancora più chiara se si pensa alla complessità del sistema nel momento dell’emergenza, quando occorre integrare, per gruppi omogenei di attività (aspetto sanitario, mobilità e viabilità, soccorso tecnico urgente, logistica integrata etc. ) enti, strutture e componenti anche molto diverse tra loro durante il regime “ordinario”. Questo comporta a monte una difficoltà intrinseca di uniformare linguaggi e procedure per cui occorre, in assenza di calamità, un’attività formativa, tecnico operativa, di condivisione del Know-how e di condivisione partecipata di modelli di intervento, che può essere svolta solo attraverso un coordinamento forte tra le strutture o enti.

Le vignette sottostanti vogliono rappresentare i tre principali momenti storici che ha attraversato la PC, fino alla situazione odierna che dura dal 2001, anno in cui fu promulgata la legge 401/01.



Prima della Legge 225/92 e del metodo Augustus (La PC non è sistema)





Tra la Legge 225/92 e il 2001 (La PC è sul territorio e costruisce il sistema integrato)






dal 2001 ad oggi (si fa altro, il sistema si scompone e il territorio è abbandonato a se stesso)





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23 aprile 2009
La prevenzione che non c’è
 
Autore: De Marco, Roberto

Data di pubblicazione: 07.04.2009 su eddyburg.it. 
eddyburg ospita le analisi dell’ex Direttore del servizio sismico nazionale: in un paese con oltre il 70% di territorio a rischio e solo il 18% dell’edilizia iè n sicurezza (m.p.g.) .


Le macerie dell’ultimo terremoto costituiscono uno scenario immutabile nel tempo, lo sfondo sul quale più o meno si rappresenta lo stesso copione, almeno sul piano della espressione di intenzioni. Si promette il rapido superamento dell’emergenza fino al raggiungimento di normali condizioni di vita; in tempi contenutissimi si garantisce il passaggio dalle tende alle case; infinela ricostituzione del tessuto produttivo ed infrastrutturale come occasione di sviluppo dell’area. Tutte cose mai avvenute: il ritorno ad una vita normale è lungo e doloroso; il passaggio dalle tende alle case comporta una lunga permanenza in alloggi provvisori per una costosissima ricostruzione quantomeno decennale; per l’Irpinia del terremoto dell’80 si progettò quel tipo di sviluppo che fu poi costellato di illegalità e cattedrali nel deserto. Come ultima cosa si dice che quanto accaduto non dovrà mai più capitare; e si promette un impegno inderogabile sul terreno della prevenzione sismica.

Il 28 dicembre del 2008 si è celebrato l’anniversario del terremoto di Reggio Calabria e Messina. Tante paginate di giornale sulla tragicità di quell’evento, tante commemorazioni, ma la questione su cui concentrare l’attenzione doveva essere soprattutto un’altra.
Il Governo Giolitti, terrorizzato dall’immane sciagura, pochi mesi dopo inaugurò infatti la prevenzione sismica in Italia. Da quel tragico evento in poi, chiunque avesse voluto costruire un edificio in un comune iscritto nella lista di quelli sismici, lo avrebbe dovuto fare rispettando una specifica normativa in grado di conferire una più elevata resistenza agli edifici. Da allora, dopo ogni terremoto più o meno distruttivo, nuove porzioni di territorio nazionale sono state classificate: nel 2001 il territorio nazionale appariva classificato come sismico per oltre il 70%. Ma, ad una così ampia delimitazione delle zone dove le esperienze vissute dimostravano la ricorrenza del fenomeno, non ha corrisposto un analogo riscontro in termini di azione di mitigazione del rischio: dopo un secolo di attivazione dell’unico strumento organico di prevenzione, oggi, solo il 18% degli edifici, rispetto all’intero stock di edificato, risulta sismicamente protetto.

Bene, dalle immagini di L’Aquila e dintorni emerge un’enorme assenza di sicurezza e, in queste primissime ore di post-terremoto, nel rispetto delle vittime e delle strutture di soccorso che stanno cercando di fare il loro meglio per risolvere l’emergenza, emerge una macroscopica mancanza di prevenzione, il che induce ad alcune considerazioni a caldo, salvo poi ritornare, con maggior cognizione di causa, su taluni aspetti.

Il terremoto ha colpito L’Aquila e alcuni piccoli paesi abbarbicati sui versanti della Conca dell’Aterno che danno l’impronta al paesaggio dell’Appennino centro meridionale.
L’edilizia prevalente nel centro storico del capoluogo così come in quelli di Paganica, Fossa, Onna, Barisciano è intrinsecamente fragile, vulnerabile per caratteristiche tipologiche e costruttive. Insomma, rappresenta in modo emblematico l’elevato rischio sismico di cui è affetto il Paese, dovuto al patrimonio edilizio preesistente rispetto all’introduzione della classificazione sismica del territorio che ha iscritto i comuni dell’Aquila e di tutta la sua provincia dal 1915, quando il terremoto di Avezzano causò 30 mila vittime.

E’ necessaria, dopo quest’ultimo disastro, una riflessione sulla politica di prevenzione anche per queste tipologie edilizie, per i centri storici nel loro complesso, rispetto ai quali con tutta evidenza le iniziative intraprese attraverso strumenti di defiscalizzazione a favore degli interventi di manutenzione straordinaria, che hanno riguardato anche aspetti strutturali, non hanno risolto significativamente il problema. Insomma, i centri storici, ormai in modo diffuso, sono realtà che hanno riacquistato in questi ultimi anni una forte capacità attrattiva, sia sul piano residenziale che turistico. Si riqualificano sul piano estetico, si ristrutturano nel senso della vivibilità, recuperando almeno in parte la loro indispensabilità sul piano socio-culturale, mentre purtroppo, sul piano della sicurezza, sembrano mantenere intatta la loro vulnerabilità.

E’ un problema di risorse? Certamente sì. Lo Stato avrebbe dovuto far di più onorando l’impegno, più volte assunto dopo ogni catastrofe, che la messa in sicurezza del territorio sarebbe diventata la più importante opera pubblica di questo Paese. Ma di soldi, per esempio, ai Beni culturali ne sono stati dati, di interventi ne sono stati fatti, anche qui con esiti a dir poco incerti. Allora, di fronte ai disastri delle chiese e dei monumenti del capoluogo abruzzese emerge un problema di progettazione, di capacità tecniche, di giusta sintesi tra l’esigenza di proteggere dalla distruzione ed i vincoli della conservazione.

Ed infine c’è il cemento armato. Perché gli edifici in cemento "moderni" collassano, si impilano su stessi non lasciando nessuno scampo a chi li abita? Come sostiene qualcuno è un problema più da Procura della Repubblica che tecnico. D’altronde, la normativa sismica pretende che la nuova edilizia nei comuni classificati, e quindi soprattutto gli edifici in cemento armato, consenta di salvare la vita degli occupanti, pur subendo danni, e quindi non ammette giustificazioni spendibili in linea generale. Soprattutto di fronte a ciò che è avvenuto a L’Aquila oggi, alla scuola di San Giuliano di Puglia ieri e all’Ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi l’altro ieri.

In senso generale, si può affrontare un ultimo tema legato direttamente al concetto di sicurezza oltre che, evidentemente, alla tutela del territorio. Per chi si occupa di riduzione del rischio sismico, ma in realtà anche di tutte le altre tipologie di rischio naturale, il termine "condono" rappresenta una sorta di anatema, di cupo presagio. L’abusivismo, che i condoni incrementano, soprattutto diffuso nelle aree meridionali del Paese dove più elevata è la pericolosità sismica, ha assunto dimensioni devastanti, e chi costruisce illegalmente non si preoccupa né delle qualità dell’area di sedime né delle caratteristiche strutturali. La speculazione costruisce e basta; realizza qualcosa che poi, una volta condonato, qualcuno abiterà non sapendo che un terremoto abbastanza forte lo potrà tirar giù come fosse di cartapesta. Certo, oggi un nuovo condono in Italia è improponibile, ma si affaccia la minaccia di appendici e superfetazioni di ogni tipo. Basta che non superino il 20% di quanto già costruito abusivamente e poi, magari, condonato.

21 aprile 2009
I SOCCORSI - Luci ed ombre su un sistema: parlano FORGIONE (VVF) e CIANCIO (DPC)

Terremoto Abruzzo: Stefano Iucci su Rassegna Sindacale: meno protezione, più sicurezza?18.04.2009 -
Rassegna Sindacale n.15 (16-22/04/09)

Si chiama "circolarità ricorsiva". È questa la locuzione assai burocratica che spiega come dovrebbe funzionare un sistema di protezione civile: un percorso virtuoso scandito da fasi che tutte si tengono tra di loro: previsione, prevenzione, addestramento, esercitazione, preparazione, emergenza, gestione emergenza, superamento dell'emergenza, ripristino della normalità, normalità.
 
Questa catena rigorosa - in cui tutti gli enti preposti devono fare la propria parte - è stata sancita nella legge 225/92, quella che in Italia ha istituito il servizio nazionale di protezione civile come tardiva risposta alla cattiva gestione dei soccorsi durante il terremoto dell'Irpinia nel 1980. 
 
Ed è una catena che evidentemente nel disastro abruzzese non ha funzionato.
 
Il Piano per le procedure operative per il rischio antisismico dell'Aquila, per esempio, è stato completato solo il 14 gennaio del 2009 e l'ultima esercitazione in situazione d'emergenza è stata realizzata nel '99.
 
Colpiscono, ora e a mente un po' più fredda, anche le disfunzioni operative, quelle che a noi magari paiono inezie ma tali non sono per chi con il sisma ha perso tutto: "È venuto fuori molto bene - spiega Adriano Forgione, coordinatore dei vigili del fuoco della Cgil - che ancora ad alcune ore dal sisma non si sapeva dove allestire i campi di accoglienza, dove collocare mezzi e uomini di soccorso; non erano stati previsti punti di coordinamento alternativi per edifici pubblici come prefettura e questura, mancava qualsiasi monitoraggio attendibile del patrimonio edilizio. Pensi che a 48 ore dal terremoto non funzionava ancora il sistema di vettovagliamento e lì c'erano operatori che lavoravano ininterrottamente da due giorni. La lezione è una sola: questa filiera, questa catena la devi strutturare in tempo di 'pace', solo così puoi affrontare l'emergenza".
 
Il punto è proprio questo. Quando con un po' di enfasi si dice che "lo Stato in Abruzzo c'è", cosa si intende esattamente? Certo ci sono uomini valorosi, sprezzanti del pericolo e della fatica, ma si può dire che lo Stato, nella sua accezione più ampia di "cosa pubblica", c'è quando si muove ancora e solo dopo l'emergenza e quando in una zona fortemente sismica mancano i piani di protezione civile e il coinvolgimento delle comunità locali, o quando le costruzioni più nuove non rispettano le norme antisisma?

Per spiegare bene come tutto questo può essere successo, è utile fare una riflessione sulla nostra Protezione civile. Distinguendo innanzitutto tra il dipartimento della Protezione civile presso la presidenza del Consiglio (istituito nel 1982 dal duo Spadolini/Zamberletti), che ha funzione di coordinamento, e il sistema della Protezione civile che comprende una grande quantità di soggetti che dovrebbero coordinarsi e agire sistemicamente tra di loro (la "circolarità ricorsiva" di cui dicevamo sopra): Vigili del fuoco, forze dell'ordine, volontariato, enti locali, sanità eccetera.
 
"Dagli ultimi eventi - incalza Forgione - è fin troppo evidente che il governo sta smantellando il sistema di protezione civile che sempre più spesso si occupa di eventi mediatici a scapito del monitoraggio e della presenza capillare e sistema sul territorio".
 
I grandi eventi sono il Giubileo, il G8, una visita del papa, un raduno ecumenico e addirittura i mondiali di ciclismo. C'è, dietro questi aspetti, un approccio ideologico molto forte: "Quando abbiamo chiesto a un sottosegretario cosa intendesse per 'grandi eventi' - racconta Giovanni Ciancio, rappresentante Fp Cgil presso la residenza del Consiglio, funzionario Dipartimento Protezione Civile Ufficio Emergenze (ndr) e psicologo dell'emergenza - ci ha risposto che per lui un 'grande evento' si ha quando molta gente si raduna e dunque possono sorgere pericoli.
 
Come si vede questa deriva non è protezione civile, ma piuttosto la vecchia difesa civile di scelbiana memoria, che ispirò la prima legge di protezione civile del '70 e che è molto vicino piuttosto all'ordine pubblico".
 
In questo modo derogando dal principio di sussidarietà art.120 della Costituzione (ndr), la presenza costante sul territorio salta e al Dipartimento della Protezione Civile resta, oltre ai grandi eventi, lo spazio mediatico dell'intervento solo nell'emergenza estrema, come nel caso dell'Abruzzo. Solo in questo senso si può dire che lo Stato c'è: un decreto legge del 2002 stabilisce che al verificarsi di un evento il presidente del Consiglio nomina commissario delegato il capo della protezione civile.
 
Tutta la catena e le sinergie vengono meno, lo Stato arriva e si prende tutto: l'immagine è quella di Berlusconi a passeggio tra le macerie con il casco dei vigili del fuoco che lancia a raffica proposte improvvisate su new town e progetti da affidare alle province d'Italia senza averne discusso con alcuno.
 
Intanto, negli anni le comunità locali non sono cresciute: nonostante da settimane si avvertissero a l'Aquila e dintorni scosse, la Protezione civile non ha effettuato nessuna esercitazione sul posto con i vari soggetti preposti alla sicurezza.
 
Questo spostamento di competenze si può definire con termini inglesi il passaggio dalla safety alla security, ed è particolarmente evidente rispetto al corpo dei Vigili del fuoco: "Il governo - attacca Forgione - investe, come è giusto che sia, risorse sul volontariato; dovrebbe fare altrettanto con i vigili del fuoco, la cui mission viene invece spostata verso un mix tra ordine pubblico e sicurezza nelle grande città. Una sorta di militarizzazione che ci snatura". Se si lascia il territorio è anche più facile tagliare: il corpo attualmente comprende solo 26.000 pompieri, mentre gli standard europei di sicurezza ne prevedrebbero 45.000 e uno studio dell'amministrazione dice che ne servirebbero almeno 55.000; quest'anno, poi, la scure Tremonti ha tagliato del 30 per cento le risorse disponibili.
 
Insomma, il caso Abruzzo come tragico esempio di una più generale inadeguatezza del nostro sistema di protezione civile.
 
"La lezione che si può trarre da tutti questi ragionamenti - conclude Ciancio - è che per l'Abruzzo non bisogna cercare capri espiatori. È un'intera classe politica che fallisce ed è sempre più distante dal paese reale".
 
Sono, in fondo, le stesse considerazioni del presidente Napolitano quando dice che nessuno è esente da colpe o responsabilità.



permalink | inviato da circolopdpcm il 21/4/2009 alle 19:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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